Citazioni di Gigi Garanzini

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Gigi Garanzini

Data di nascita: 12. Gennaio 1948

Luigi Garanzini detto Gigi è un giornalista, scrittore e conduttore radiofonico italiano.


„Erano indiani, per davvero. O figli della rivoluzione del '68, o profeti di una dottrina che avrebbe cambiato per sempre il modo di fare calcio. E il loro capo-tribù si chiamava Rinus Michels. Il suo calcio totale che trasformava gli spazi in praterie era fatto di un possesso-palla esasperato, di accelerazioni improvvise, di pressione multipla sul'avversario col pallone, di fuorigioco alto quando non altissimo. Ma soprattutto era interpretato non più da specialisti dei vari ruoli, bensì da giocatori eclettici capaci di attaccare e difendere, di giocare senza palla prima ancora che con la palla, di muoversi con disinvoltura in ogni zona del campo stando sempre corti, compatti, ossessivi. Una nuvola biancorossa, quella dell'Ajax, una nuvola arancione, quella dell'Olanda. Con portieri che, una volta aboliti i ruoli specifici, si erano riciclati da liberi, interpretando la parte in maniera più spregiudicata. L'emicrania non venne soltanto a Maldini. Venne agli inglesi la prima volta che affrontarono l'Olanda di Michels, le punte scattavano sul risaputo lancio dalle retrovie e la nuvola arancione li aveva messi in offside non di tre, ma di dieci-quindici metri. Venne al sommo Brera, cui quei satanassi mandarono all'aria tutti i parametri atletici e tattici sino a li' elaborati: e Brera se ne vendicò ribattezzandoli «cicale» dopo la finale mondiale persa nel '74 dai tedeschi padroni di casa. È vero, nell'albo d'oro ci sono le formiche, che ad ogni buon conto si chiamavano Beckenbauer, Muller, Overath, Breitner, Mayer. Ma nell'archivio delle emozioni indimenticabili restano loro, restano quei 16 tocchi consecutivi olandesi dal fischio d'avvio al fallo di Vogts su Cruyff in area germanica. Il primo tedesco a toccare il pallone in quella finale fu Muller, riavviando il gioco dal disco di centrocampo dopo il rigore di Neeskens. Il generale Michels si prese la rivincita quattordici anni più tardi quando, sullo stesso campo, l'Olympiastadion di Monaco, decorò la bacheca olandese dell'unico trofeo conquistato sin qui, l'Europeo '88, firmato da una storica prodezza di Van Basten. Ma fu un indennizzo tardivo e mai fino in fondo assaporato. Perché pur nel rispetto di una matrice di massima, quella non era più la sua Olanda-totale. Tant'è vero che il suo fuoriclasse, Van Basten, era pienamente classificabile, in quanto prototipo del centravanti moderno: a differenza del fenomeno d'un tempo, Cruyff, che segnava sì a mitraglia ma che nessuno ha mai saputo battezzare se non come uomo-ovunque. (4 marzo 2005)“

„La volta che a San Siro scoppiò un grande applauso perché finalmente, dopo anni, aveva sbagliato un passaggio. O quell'altra che da fuori area colpì la traversa così forte, ma così forte, che il pallone rimbalzò oltre la metà campo e il Milan rischiò di prender gol in contropiede. Quante razioni di buonumore, caro vecchio Nils, e quante lezioni di calcio, in campo e fuori. Con quella maschera alla Buster Keaton e quell'italiano sussurrato che nemmeno dopo cinquant'anni e passa di residenza contemplava i verbi ausiliari e certe consonanti: loro abastansa bene; noi jocato melio. Un signore prima che un campione. Un educatore prima che un allenatore. Non c'era il gusto, o forse il vizio, delle statistiche ai tempi in cui giocava: ma non risulta che sia mai stato ammonito. Così come non c'è traccia di atteggiamenti men che composti nella sua lunga carriera di allenatore, altro che area tecnica tratteggiata col gesso come usa oggi dinanzi alla panchina: il massimo del compiacimento, piuttosto che del disappunto, erano le gambe che si scavallavano per riaccavallarsi dall'altra parte. Questo ovviamente non significava distacco, come ai tempi nostri della recita elevata a sistema si potrebbe pensare: semplice, quanto ferreo, autocontrollo nervoso. Quel matto di Altafini pensò di ripetere al barone lo scherzo riuscito l'anno prima con Rocco: rannicchiarsi tutto nudo nell'armadio dell'allenatore e saltar fuori urlando quando quello lo apriva. La differenza è che il Paròn era saltato per aria dallo spavento: Liedholm alzò un sopracciglio e ricordò al centravanti che il suo ripostiglio era un altro. Due scudetti da allenatore, Milan e Roma. Il primo nel '79, con un gioco offensivo imperniato su di un unico attaccante, Chiodi, la cui caratteristica principale era quella di non segnare mai. Il secondo nell'83, con il povero Di Bartolomei finto libero supportato dalla velocità di Vierchowod. Fu allora che Boniperti provò a chiamarlo alla Juventus: per sentirsi rispondere, grazie presidente, ma sarebbe tropo fascile. Quattro titoli da giocatore dopo l'oro olimpico a Londra '48 con la Svezia. Un maratoneta illuminato, lo stantuffo inesauribile al servizio del talento di Gren e della potenza di Nordhal. Chi ha visto giocare il trio svedese del Gre-No-Li, con tutto il rispetto per quello olandese a cavallo degli anni '90, ne conserva un ricordo insuperato. Chi ha ascoltato lo storico trio radiofonico di Tutto il calcio minuto per minuto, non avrà dimenticato che a dosare la verve dei due più celebri solisti, Enrico Ameri e Sandro Ciotti, c'era dallo studio centrale la voce di Roberto Bortoluzzi. Se n'è andato anche lui, nel pomeriggio di ieri, ultimo testimone di una grande stagione radiofonica che ha dispensato a generazioni di tifosi emozioni, gioie, sofferenze: con il timbro di una classe senza eguali. (6 novembre 2007)“


„Due cose importammo dalla Svizzera in quei primi anni del secondo dopoguerra: il catenaccio e il totocalcio. Il destino volle che entrambi gli importatori fossero non solo triestini ma anche coetanei: Nereo Rocco, 20 maggio 1912, e Massimo Della Pergola, 11 luglio. Con questa prima differenza. Che si discusse a lungo, all'epoca, se a tradurre per prima in catenaccio il verrou elvetico fosse davvero stata la Triestina del paròn o non piuttosto la Salernitana di Gipo Viani. Mentre nessuno pote' mai mettere in dubbio la primogenitura del giornalista. E con quest'altra. Che se il catenaccio rappresentò, per qualche decennio, il marchio di fabbrica del calcio italiano ma anche il suo limite, il Totocalcio finì per diventare il volano dell'intero movimento sportivo nazionale. (14 marzo 2006)“

„E speriamo soprattutto che il milite ignoto del Gubbio faccia proseliti. Perché quando ti si para davanti il faccendiere a offrirti quattrini in cambio della torta, non basta rifiutare, anche se è già qualcosa. Occorre denunciare, come ha fatto per l'appunto il milite ignoto sapendo in partenza che avrebbe corso dei rischi, come sempre accade se ti metti di traverso ad avanzi di galera. Ma chissà se immaginava che l'aver fatto semplicemente quanto meritoriamente il proprio dovere l'avrebbe anche esposto a un ridicolo processo di beatificazione. Io credo che qualsiasi persona per bene avrebbe piacere di stringere virilmente la mano al milite ignoto complimentandosi con lui. Leggo invece che il popolo di Facebook di cui mi onoro di non fare parte, né oggi né domani né mai, lo vuole direttamente in nazionale. E mi vien da preparare una volta di più i documenti per l'espatrio, come temo stia pensando di fare lo stesso, sventurato, milite ignoto. (23 dicembre 2011)“

„Non so se è un problema mio. Ma sabato sera, finito il Barca, ho fatto una gran fatica a vedere il secondo tempo di Milan-Roma: e se non fosse stato per ragioni strettamente professionali, dopo cinque minuti avrei lasciato perdere. A Barcellona avevano giocato la prima e la quarta della classifica: a Milano erano in campo la prima e la quinta. In tutta sincerità, un'altra cosa. Non dico un altro sport, perché mi sforzo sempre di non esagerare: ma siamo lì. Poi l'indomani mattina ho visto la copertina della Gazzetta. Il sommario recitava così: i nerazzurri annientano il Mazembe ed entrano nella leggenda. Passi per la leggenda, anche se la storia poteva bastare. Ma quell'annientano il Mazembe era da fare invidia ai tempi migliori di Cuore. Scatta l'ora legale, panico tra i socialisti. Qualcuno lo ricorderà. (19 dicembre 2010)“

„Da anni non metto piede in uno stadio. Da una serata a San Siro in cui l'accoglienza della curva interista alla coppia Totti-Cassano fu tale che a un certo punto semplicemente me ne andai. [... ] Quello che conta è la prevenzione: E il mio slogan, dopo mezzo secolo di calcio gustato dal vivo, è diventato: se li conosci (gli stadi, e i loro frequentatori) li eviti. (20 aprile 2009)“

„Ho avuto la fortuna, sabato, di non essere a portata di televisore. E il merito, domenica, di tenermi alla larga da qualsivoglia programma sportivo (si fa sempre per dire, è ovvio) visto che non si giocava. Telegiornali non ne vedo da anni, dunque penso di essere uno dei pochi imbattuti rispetto alle immagini di quella straziante agonia. Ma che abbia dovuto intervenire la famiglia, quel poco che resta della sventurata famiglia Morosini, per chiedere a 48 ore di distanza di non diffondere più quelle sequenze dice meglio di mille trattati in che epoca infame ci siamo ridotti a vivere. L'epoca in cui le jene da salotto campano sui plastici: così poi i tossici che li seguono vanno a farsi i loro bravi weekend del dolore da Cogne ad Avetrana, dall'Aquila a Garlasco. [... ] Una sola categoria si è scannata senza pudore e senza traccia di rispetto per il povero Morosini: quella formata da chi il calcio di club lo dovrebbe organizzare. Non so che fine farà la Lega che indegnamente per anni ci ha governato. Ma quest'altra Lega non merita davvero miglior sorte. (16 aprile 2012)“

„È finita splendidamente per il Chievo, e questa, per quel che mi riguarda, è la vera gioia di stagione. Salutandolo lo scorso anno nel momento della retrocessione, avevo forti dubbi di rivederlo un giorno in Serie A: perché per le belle favole difficilmente è previsto un remake. Invece non solo ci è tornato, ma ci è anche tornato subito, mettendo in fila le rivali dalle ben diverse risorse. E chissà che non ricominci a rompere le balle a tutti come nei suoi anni migliori, il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, la squadra del quartiere che affronta a viso aperto le multinazionali. Forse l'ultima eresia possibile in un mondo sempre più appiattito sulle logiche finanziarie, commerciali e di marketing estremo. (27 maggio 2008)“


„Adesso che è andata, lo si può anche dire: peccato aver sprecato la preziosa chance di un arbitraggio messicano in una partita rivelatasi tutto sommato abbastanza semplice. Quello di ieri è stato infatti il quarto nelle fasi finali dei Mondiali. E anche in questo caso l'Italia ha vinto. In precedenza era toccato a Yamasaki, nello storico Italia-Germania 4-3 del '70, poi a Codesal, Italia-Stati Uniti a Roma nel '90, poi ancora a Brizio nel '94, Italia-Nigeria 2-1 con la rimonta firmata da Baggio. Con il signor Archundia, dunque, è continuata la tradizione favorevole. (23 giugno 2006)“

„Se il Chelsea fosse l'Inter e viceversa, ne avremmo per giorni e giorni su rigore e espulsione ignorati all'andata e gli abbracci di Motta e Samuel non visti al ritorno. Gli inglesi invece non conoscono la moviola. E se la conoscono, la evitano. (17 marzo 2010)“

„DIECIMILA franchi svizzeri. Più altri mille e cinquecento di «spese procedurali», come per una contravvenzione un po' salata. Fanno grosso modo 7000 euro, così impara il signor Rivaldo a prendere in giro il mondo. Lui per la verità, di euro, ne incassa un po' più di sette milioni l'anno, royalties escluse, sicché la multa corrisponde grosso modo a un quarto di quel che gli entra in tasca in ciascun giorno dell'anno, vacanze comprese. Ma quel che contava era il principio, e la Fifa una volta di più si è mostrata implacabile applicatrice del suo motto: debole con i forti, forte con i deboli. Non che il turco, Hakan Unsal, non meritasse per quel gesto volgare il secondo cartellino: non si prende a pallonate un avversario, nemmeno dopo che l'arbitro gli ha regalato un rigore inverecondo. Ma il punto è che questo doveva essere, solennemente annunciato proprio dalla Fifa, il mondiale della lotta alla simulazione e alla violenza. (6 giugno 2002)“

„Ma la parola d'ordine di quest'avvio di 2010 calcistico, con rispetto parlando, è schifo. Secondo Pirlo fanno schifo praticamente tutti i campi di casa nostra, e dopo aver visto quello di Verona su cui si è giocata ieri Chievo-Inter la definizione è approssimata per difetto. Secondo Balotelli fa sempre più schifo anche il pubblico della stessa Verona, ma in questo caso l'approssimazione è per eccesso. Almeno a dar retta non solo alle indignate reazioni di parte veronese, calcistiche e istituzionali, ma anche alla presa di distanza da parte del suo allenatore, Mourinho. Il campionato insomma è ricominciato più o meno come si era interrotto per la pausa natalizia. Con il corollario di una bomba carta a Cagliari che ha sfiorato il romanista Pizarro, dell'assedio degli ultras bergamaschi alla squadra e all'allenatore dopo la sconfitta col Napoli, degli scontri preventivi tra tifosi parmigiani e juventini. Da notare che l'anticipo veronese all'ora di pranzo era stato programmato sia come test per la prossima stagione, in cui diventerà un appuntamento fisso, sia come promozione per il mercato televisivo asiatico, dove l'appeal del nostro calcio è ancora misteriosamente alto e, soprattutto, quello è l'orario di massimo ascolto. (7 gennaio 2010)“


„Platini alla guida dell'Uefa è la prima, storica ricaduta nella realtà di un'utopia antica: il calcio ai calciatori. Non è detto sia la panacea. Ma è certamente un segnale, dopo anni di calcio ai mestatori, agli affaristi, agli avventurieri. Le fughe in avanti del più o meno recente passato non contano: un uomo che viene dal campo è il primo a sapere che non è più pronosticabile un deciso passo indietro. Il problema semmai, ma è un nostro problema, è che Platini è a Nyon. E nemmeno ci sarebbe se fosse dipeso dal voto italiano, come sempre innovatore e lungimirante. Mentre qui i Rivera, gli Zoff, anche gli Albertini sono a casa loro. E alle porte del palazzo tornano a bussare, con modalità a volte subdole e altre volte prepotenti, quelli che il calcio lo hanno ridotto nello stato che sappiamo. (Introduzione)“

„Ho avuto la (s)ventura di assistere dal vivo a uno dei falli più brutali della storia del calcio moderno. Lo commise il portiere tedesco Schumacher, in uscita sul francese Battiston nella semifinale mondiale di Siviglia a Spagna '82. Battiston finì all'ospedale con una lesione alla vertebra cervicale, dopo averci rimesso alcuni denti. E quel bastardo di portiere non solo non fu nemmeno ammonito, ma rimise subito il pallone in gioco mentre Platini e gli altri soccorrevano il loro compagno svenuto. (3 settembre 2009)“

„Il capo d'imputazione non è aver venduto il calcio alla tv. Quello era un passaggio obbligato, inevitabile, che ha riguardato l'intera Europa calcistica. È non aver saputo creare i presupposti di una civile convivenza tra il calcio da salotto e quello da tribuna, come negli altri paesi è accaduto. In nome e per conto di un intreccio di conflitti d'interessi non compatibile con un paese civile. [... ] Ma questo accade, anche, perché a fronte di una comodità proposta a prezzi ragionevoli c'è un'offerta stadio scomoda, cara quando non carissima, e soprattutto pericolosa. Mentre, a parità di overdose tv, in Germania, Inghilterra, Spagna gli stadi continuano ad essere pieni, con modeste oscillazioni da un campionato all'altro, all'insù e un po' all'ingiù. In Germania non siamo lontani dai quarantamila, in Inghilterra dai trentacinquemila, la Spagna viaggia intorno ai trentamila. Persino la Francia, dove il football segue a ruota il rugby, ci guarda dall'alto in basso. (cap. In fuga dagli stadi)“

„Non so quanto la tv australiana avesse investito sul mondiale 2006, né come abbia reagito a un'eliminazione all'ultimo secondo dell'ottavo di finale, per un calcio regalato da un arbitro spagnolo a un terzino italiano colto da svenimento. Ma scommetterei in maniera più elegante, e più sportiva, di quella che la Rai scelse di cavalcare nell'infausto 2002 coreano. [... ] Durò un paio di giorni, per la verità, anche lo scarico di responsabilità da parte della squadra, sotto forma di tiro al bersaglio dell'arbitro Moreno. Ma poi, salvo qualche eccezione, il comune senso del pudore, prima ancora del fair play, riprese il sopravvento e si cominciò a riconoscere che se gli arbitraggi rassicuranti, oltre che davvero imparziali, sono oggettivamente diversi, ancor più diverse sono le congiure. Quando una squadra deve perdere, secondo quanto cercarono di farci credere [I giornalisti RAI], non arriva a giocarsi due match-ball come quelli di Vieri e Gattuso a pochi minuti dalla fine. La fermano prima, alla maniera di Aston in Cile. La Rai invece, impavida, andò avanti per settimane. E più passavano i giorni, più grosse le sparava. Sino a quella, davvero memorabile, dell'azione per danni alla Fifa. Il presupposto era, ovviamente, che Byron Moreno fosse il braccio armato di Blatter, investito della missione di far andare avanti, a qualunque costo, la squadra di casa. In buona sostanza, tuonò con supremo sprezo del ridicolo un avvocato dell'ufficio legale della Rai, chiederemo a Zurigo il rimborso totale di quanto è stato pagato per i diritti, cioè settanta milioni di euro, il rimborso delle spese di produzione per la trasferta in Corea e Giappone, e i danni derivati dalla caduta negativa della pubblicità. Mancavano giusto un paio di divisioni da ammassare al confine di Chiasso. I programmi sportivi dedicati al mondiale, che ovviamente continuava, amplificarono i toni, e più di un quotidiano cadde in tentazione. Si arrivò a leggere che la causa avrebbe fatto giurisprudenza a livello mondiale, al pari della sentenza Bosman: quando l'unico rimando possibile era, con tutta evidenza, a capitan Fracassa. [... ] La sera del 9 gennaio 2003, Raidue portò nei propri studi in esclusiva mondiale nientemeno che il famigerato Byron Moreno. E a chi affidare la faccia? A Enzo Biagi no, perché era già in vigore l'editto di Sofia, a Minoli nemmeno, Tosatti forse aveva un impegno. Sicché prese in prestito da Sky, senza alcun diritto di riscatto, l'intramontabile José Altafini. Civile la conversazione. Ma inserita nell'ambito di uno show dal titolo Stupido Hotel, mai come in quel caso un nome una garanzia. Così l'arbitro ecuadoregno entrò in scena dalla porta girevole con una valigetta piena di soldi, rispose punto per punto alle domande non proprio asfissianti dell'intervistatore, concluse argomentando sottilmente che quella sera a Daejon era stata l'Italia, non lui, a sbagliare la partita, e fu congedato da un simpatico gavettone sulle note del coro del Nabucco: che per una rete in quota Lega rappresentava, con tutta evidenza, l'inno nazionale. Una serie di interpellanze parlamentari non riuscirono a chiarire né la ragione di quella straordinaria partecipazione, né l'entità del compenso ricevuto da Moreno, dall'ordine comunque di alcune decine di migliaia di dollari. Fatto sta che, grazie alla sportività della Rai, l'ex nemico pubblico numero uno ebbe l'opportunità di dimostrare che i buffoni, semmai, erano altrove. E il cerchio finalmente si chiuse. (cap. La cultura della sconfitta)“

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