“Nulla di più errato sarebbe comunque ritenere che le grandi purghe del 1937-38 fossero opera di poche migliaia di sadici aguzzini agli ordini «materiali» di Ezov e «politici» di Stalin. Tutto il corpo del partito e dello Stato sovietico erano direttamente partecipi, sia pur con diversi livelli di responsabilità. Inspiegabile, difatti, sarebbe la rassegnata passività dei colpiti e la mancanza di qualsiasi solidarietà organizzata, «politica», nei confronti delle vittime. Al di là dell'efficiente macchina del terrore ezoviana, Stalin poteva contare, dirigendo quella battaglia, sul suo carisma – ormai fortissimo nel paese – ma anche sull'appoggio di quanti vedevano nelle selvagge epurazioni la possibilità di emergere, di scalzare dirigenti e funzionari che ai loro occhi erano sembrati sin allora potenti e inamovibili.”Gianni Rocca cap. 28, p. 289 Stalin
“Kamenev, il bolscevico della vecchia guardia, uno dei prediletti di Lenin, il compagno d'esilio di Stalin, rompe gli indugi e va alla tribuna. Parlerà per cinque ore, dimostrandosi assai più abile di Zinoviev. Ormai aveva compreso che il punto chiave della lotta nel partito era diventato Stalin. Lui andava colpito, non altri. Due i cardini del suo intervento: il gensek è prigioniero di una linea profondamente errata, quella di Bucharin; i suoi poteri sono diventati eccessivi. (cap 14, p. 125)”Gianni Rocca Stalin
“Jakir, uomo cordiale e allegro, si ribella in carcere alle infami accuse che gli vengono attribuite. Scrive una lettera a Stalin, rivendicando la sua fedeltà al partito e a lui personalmente, che Stalin così postillerà: «Furfante e cortigiano.»”Gianni Rocca cap. 28, p. 301 Stalin