Frasi di Gualberto Alvino

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Gualberto Alvino

Data di nascita: 10. Settembre 1953

Gualberto Alvino è un filologo, critico letterario e scrittore italiano.

Gualberto Alvino inizia la sua attività di critico militante sulle pagine culturali dei quotidiani, per poi proseguirla su diverse riviste letterarie, tra le quali La Taverna di Auerbach, rivista internazionale di poetiche intermediali diretta da Giovanni Fontana, curando uno speciale numero triplo dedicato ad Antonio Pizzuto e Dismisura, di cui è stato collaboratore fisso per un lungo periodo, contribuendo con testi narrativi, poetici, filologici e traduzioni d'autori di lingua inglese .

Nel 1996 la Fondazione Antonio Pizzuto lo incarica di curare i carteggi dello scrittore palermitano col filologo Gianfranco Contini, con la studiosa tedesca Margaret Piller Contini e col presidente dell'Accademia della Crusca Giovanni Nencioni - carteggi ricchi di dati preziosi per l'interpretazione dell'arte pizzutiana - e di allestire le edizioni critiche degli inediti Giunte e virgole e Spegnere le caldaie.

Nel 1998 inizia la sua collaborazione continuativa con la rivista di letteratura contemporanea Avanguardia, diretta da Francesca Bernardini Napoletano e Aldo Mastropasqua dell'università “La Sapienza” di Roma; collaborazione che culmina nel 2006 con un'inchiesta curata da Alvino sulla narrativa degli anni Duemila.

Nel 2001 vince il premio Feronia-Città di Fiano per la critica militante con la raccolta di saggi Chi ha paura di Antonio Pizzuto? Saggi, note, riflessioni, introdotta da Walter Pedullà, nella quale affronta i molteplici aspetti del complesso linguaggio pizzutiano - fornendo, tra l'altro, un glossario di tutti i neologismi attribuibili allo scrittore - in prospettiva sia strettamente filologica che ermeneutica.

Nel 2008 esordisce nella narrativa con il romanzo Là comincia il Messico, sul tema della solitudine e della follia quale metafora della condizione umana.

Dal 2005 tiene una rubrica di scritti "corsari" sulla rivista Fermenti, del cui comitato di redazione è membro dal 2008. Dirige per le Edizioni Polistampa la collana "Opere di Pizzuto" ed è consulente scientifico della Fondazione Antonio Pizzuto in Roma. Nel 2009 diventa redattore di "Le Reti di Dedalus", rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori.

Come critico e filologo Gualberto Alvino ha mostrato fin dagli inizi della sua attività una particolare predilezione per gli autori maggiormente attenti all'aspetto formale delle loro opere, da Gesualdo Bufalino a Vincenzo Consolo, da Stefano D'Arrigo a Sandro Sinigaglia, da Nanni Balestrini, ad Antonio Pizzuto, studiandone in diversi saggi la struttura linguistica e stilistica, la quale – scrive lo stesso Alvino -, "lungi dal rappresentare un mero ingrediente del testo, è il testo, poiché essa non va concepita quale messa in forma del contenuto, involucro da lacerare per raggiungere la cosiddetta ‘sostanza delle cose', ma come un complesso di apparecchiature espressive pienamente attualizzate e ontologicamente autosufficienti, un organismo di dati concettuali verificabili e concreti, nel cui àmbito il discorso critico non solo può trarre alimento e ragione sufficiente al proprio operare, ma deve totalmente consistere, pena lo sconfinamento nel più irrazionale, abbandonato impressionismo».

Frasi Gualberto Alvino


„E tuttavia ti farò credito, ancora una volta, l'ultima, bada, purché non ceda più alla tentazione di sfuggirmi, e smetta quel ghigno saputo, insolente, quell'aria di sfida e di ottusa spavalderia con cui cerchi inutilmente d'opporti all'evidenza.
Inutilmente, già, non abbassare la testa. Sei patetico quando abbassi la testa, sbatti le palpebre, increspi la radice del naso e scuoti le braccia quasi a scacciare una mosca. Guàrdati: sembri il buffone del re, dov'è il tuo contegno? Un cane sotto la tavola, che dico?, un pezzente con la mano stesa sarebbe più dignitoso. (Gualberto Alvino, Là comincia il Messico, Firenze, Polistampa, 2008).“

„La sua conversazione era vivacissima, a contrasto con un tono tendenzialmente pacato che si screziava d'abrupte ma melodiose impennate all'accendersi del benché minimo interesse. Quando, l'ultima volta che mi chiamò, gli dissi per distrarlo da non rammento quali affanni che, benché potesse essermi nonno, per un pelo non eravamo stati entrambi allievi di Paolo Mix, lui al liceo Galileo nel '27, io all'Augusto di Roma verso la fine degli anni Sessanta, tuonò di colpo passando al tu: «Sezioni diverse? Ma ci avrai parlato una volta, almeno una. Non dire di no!». Dissi di sì per non spegnere il suo entusiasmo di ragazzo. Fu la prima e l'ultima volta che gli mentii. (introduzione alle Lettere di Giovanni Nencioni a Gualberto Alvino. 1993-2003, in Per Giovanni Nencioni, Pizzutini d'emergenza II, Roma, Fondazione Antonio Pizzuto, 2008, p. 9).“


„[... ] l'opera di quel solitario ulisside della parola, strenuo saccheggiatore e suscitatore di lessici in sucum et sanguinem che seppe dall'esordio alla fine transustanziare in emblemi d'atroce, revulsiva letterarietà un disperato rifiuto dell'essere al mondo (tutto è in lui non meno vero che abissalmente lontano dal reale), attende ancora il suo compimento nella ricezione da parte d'un pubblico troppo ostile alle parossistiche elaborazioni formali e alle complesse codificazioni in cui musica vince grammatica, per poter stazzare al giusto valore pagine fulcrate sulla dispersione della lingua intesa quale dissipazione dell'esistere: sature di pimenti espressivi, agre mescidanze, sfarzose policromie, deturpazioni carnascialesche centrifugate nel flusso eracliteo d'un vivere spiato da fuori, fonti antiche e moderne macerate parodizzate riscritte sino a rapinosa trasfigurazione, spezzature e stridori da day after rappresi in una dizione superba che mai degenera — come in tanti meticci nostrani — a spoglio grido inarticolato, tutto ciò concomitando paradossalmente con un'indole non già risentita, ma mite, affabilmente ironica, incline al minuto, invidiosa della stasi e del continuum narrativo, perfino classicamente selettiva. (Sinigaglia e la critica, in «Avanguardia», X 2005, n. 28, pp. 129-53).“

„Che Ravenna segni il punto di non ritorno nell'evoluzione stilistica di Antonio Pizzuto, il compimento d'un'orbita e insieme il collaudo decisivo d'un modo di formare irreversibilmente proiettato verso gli esiti estremi delle lasse e delle pagelle, è dato sufficientemente acquisito alla nozione comune. Ma un equivoco letale, generato da un graecum est, non legitur altrettanto inibitivo che irrazionale, ha impedito a selve di commentatori assai corsivi di riconoscere che il terzo libro del prosatore palermitano (finalmente restituito al pubblico dei lettori dopo un ostracismo di quasi mezzo secolo dal mercato editoriale, e si dica pure dalla memoria collettiva), non che inaugurare flagrantemente il periodo impropriamente detto informale, conclude in maniera superba la felice stagione figurativa avviata con Signorina Rosina nel 1956 e mirabilmente illustrata da Si riparano bambole quattro anni dopo, mai tracimando dagli argini della trasparenza, all'insegna della più godibile, a tratti perfino esilarante leggibilità, ancor oggi candito in una freschezza miracolosamente illesa dal tempo. (da Gualberto Alvino, Chi ha paura di Antonio Pizzuto? Saggi, note, riflessioni, introduzione di Walter Pedullà, Firenze, Polistampa, 2000).“

„Il miglior fabbro della nostra recente narrativa (cui si rimpiange abbia arriso in vita — sia detto in pieno spirito polemico — una fortuna altrettanto diffusa e plenaria che impressionistica, tecnicamente inadeguata, tutta di blanda natura recensiva quando non agiograficamente prefatoria) lascia pressoché intatto un territorio di ricerca nel quale campeggia, ormai ineludibile, un dilemma di portata capitale: se sia lecito, e soprattutto euristicamente remunerativo, confinare il più splendido modello d'italiano degli ultimi decennî (sempreché il predicato suoni ancora laudatorio in un'epoca soggiogata, come l'attuale, dal falso idolo della semplicità e dell'uniformità denotativa) nell'alveo angusto d'un virtuosismo formalistico di matrice rondesco-dannunziana e d'una ricercatezza basata sul recupero acritico di materiali aulici e preziosissimi; o non piuttosto riconoscere in esso lo statuto d'una scrittura duttile, densa, sorprendentemente viva e vitale, capace di contrastare la dilagante mediocrità espressiva e insieme di conciliare con assoluto rigore e straordinaria intelligenza le ragioni della letterarietà tradizionale (mai, beninteso, passivamente accolte, bensì filtrate, in un folto coimplicarsi d'echi intertestuali, attraverso una sensibilità originale, austeramente selettiva) con la tensione analitica e di scavo, la trasfigurazione lirica, la compromissione estrema di chi assegna alla letteratura una funzione taumaturgica, poco meno che salvifica, essenzialmente sacrale. E tanto basti a legittimare l'equazione, se inusitata plausibilissima, letterarietà-autenticità, o, a dir tutto, artificio-affabilità comunicativa. (da Artificio e pietà. Contributo allo studio di Gesualdo Bufalino, in Gualberto Alvino, Tra linguistica e letteratura. Scritti su D'Arrigo, Consolo, Bufalino, introduzione di Rosalba Galvagno, Roma, Fondazione Antonio Pizzuto, 1998).“

„Nanni Balestrini è [... ] uno dei pochi autori italiani in cui eversione formale e passione civica, scavo della lingua e orgia dei contenuti, rivolta politica e contestazione letteraria non abbiano mai conosciuto un istante di divaricazione, con buona pace di quanti si ostinano contro ogni buonsenso storico-critico a mozzarne la poetica in due tronconi eterogenei e inconciliabili, anime perdutamente opposte: l'una, culminante in Tristano, dove — sotto l'impero del significante — tutto s'impernierebbe sul disegno strutturale, da esso traendo fondamento e ragione; l'altra, da Vogliamo tutto in qua, governata da rapinose oltranze antiletterarie. (dall'introduzione a Nanni Balestrini Sconnessioni, Roma, Fermenti, 2008).“

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