Frasi da libro
Ab Urbe condita libri

Tito LívioTitolo originale Ab Urbe condĭta (Latine)

Ab urbe condĭta libri CXLII , conosciuta semplicemente come Ab Urbe condita e in italiano anche solo come Storia di Roma e talvolta come Historiae , è il titolo, derivato dai codici , con cui l'autore, lo storico latino Tito Livio, indica l'estensione e l'argomento della sua opera: la storia narrata a partire dalla fondazione di Roma.


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“È migliore e più sicura una pace certa che non una vittoria soltanto sperata.”

Tito Lívio libro Ab Urbe condita libri

Annibale: XXX, 30; 1997
Melior tutiorque est certa pax quam sperata victoria.
Ab urbe condita, Libro XXI – Libro XXX
Origine: Queste parole sono di Annibale che parla con Scipione, nel celebre ampio discorso tra i due massimi comandanti dell'epoca e di quella che li aveva preceduti, dopo la sconfitta dei Cartaginesi nella battaglia presso Zama.

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“Chi sfacciatamente nega cose certe, merita meno perdono.”

Tito Lívio libro Ab Urbe condita libri

XXX, 42; 2006
[I]mpudenter certa negantibus difficilior venia.
Ab urbe condita, Libro XXI – Libro XXX

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“Coloro ai quali per la prima volta arride il successo impazziscono perché non sanno padroneggiare la loro gioia.”

Tito Lívio libro Ab Urbe condita libri

XXX, 42; 1997
[E]x insolentia quibus nova bona fortuna sit impotentes laetitiae insanire.
Ab urbe condita, Libro XXI – Libro XXX

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“Delle sventure pubbliche ci accorgiamo solo quando coinvolgono gli interessi privati: nulla in esse ci tocca più profondamente che la perdita del nostro denaro.”

Tito Lívio libro Ab Urbe condita libri

Annibale: XXX, 44; 1997
Sed tantum nimirum ex publicis malis sentimus quantum ad privatas res pertinet, nec in iis quicquam acrius quam pecuniae damnum stimulat.
Ab urbe condita, Libro XXI – Libro XXX

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“Nulla è tanto imprevedibile come le reazioni della massa.”

Tito Lívio libro Ab Urbe condita libri

Filippo V di Macedonia: XXXI, 34; 1997
Nihil tam incertum nec tam inaestimabile est quam animi multitudinis.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Tutte le cose, come capita molto spesso, sono più facili a dirsi che a farsi.”

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XXXI, 38; 1997
Id dictu quam re, ut pleraque, facilius erat.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“L'onore deve essere pari al merito.”

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XXXIII, 22; 2006
Par honos in dispari merito esse non debet.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Sopprimere una legge equivale a far vacillare tutte le altre.”

Tito Lívio libro Ab Urbe condita libri

Marco Porcio Catone: XXXIV, 3; 1997
Unam tollendo legem ceteras infirmetis.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Nessuna legge è ugualmente vantaggiosa per tutti: bisogna piuttosto chiedersi se fa gli interessi della maggioranza e da un punto di vista generale.”

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Marco Porcio Catone: XXXIV, 3; 1997
Nulla lex satis commoda omnibus est: id modo quaeritur, si maiori parti et in summam prodest.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“La peggiore delle vergogne è quella della parsimonia e della povertà.”

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Marco Porcio Catone: XXXIV, 4; 2006
Pessimus quidem pudor est vel parsimonia vel paupertatis.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Come, un uomo malvagio è più sicuro imputarlo che assolverlo, così, il lusso sarebbe più tollerabile trattenerlo piuttosto che lasciarlo libero, come succede ad un animale indomabile, eccitato proprio dai vincoli, lasciato libero.”

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Marco Porcio Catone: XXXIV, 4; 1997
Et hominem improbum non accusari tutius est quam absolvi, et luxuria non mota tolerabilior esset quam erit nunc, ipsis vinculis sicut ferae bestiae inritata, deinde emissa.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“L'eleganza, i monili, le acconciature sono i simboli peculiari delle donne, di questi gioiscono e si vantano.”

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Lucio Valerio: XXXIV, 7; 1997
Munditiae et ornatus et cultus, haec feminarum insignia sunt, his gaudent et gloriantur.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Spesso, e soprattutto in guerra, le cose fittizie valgono quanto le cose reali e chi crede di poter far affidamento su qualche aiuto, proprio come se davvero ne disponesse, si salva grazie al morale che ricava dalla speranza e dalla voglia di osare.”

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XXXIV, 12; 1997
[S]aepe vana pro veris, maxime in bello, valuisse et credentem se aliquid auxilii habere, perinde atque haberet, ipsa fiducia et sperando atque audendo servatum.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“La cosa più onorevole, così come la cosa più sicura, è quella di affidarsi interamente al valore.”

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Marco Porcio Catone: XXXIV, 14; 1997
[Q]uod pulcherrimum, idem tutissimum: in virtute spem positam habere.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“La libertà impiegata con senso di misura reca giovamento ai singoli cittadini e alle intere cittadinanze; quando invece è eccessiva reca disagio agli altri ed è rovinosa per chi la possiede perché non conosce limiti.”

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Tito Quinzio Flaminino: XXXIV, 49; 1997
Libertate modice utantur: temperatam eam salubrem et singulis et civitatibus esse, nimiam et aliis gravem et ipsis qui habeant praecipitem et effrenatam esse.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“I grandi uomini al centro dell'attenzione generale sono meno temuti a causa di un certo senso di saturazione.”

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XXXV, 10; 1997
In oculis hominum fuerat, quae res minus verendos magnos homines ipsa satietate facit.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Lo Stato da solo è libero di poggiare sulle sue forze, e non dipende dalla volontà arbitraria di un altro.”

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Menippo: XXXV, 32; 2010
Ea autem in libertate posita est quae suis stat viribus, non ex alieno arbitrio pendet.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Le decisioni impetuose e audaci in un primo momento riempiono di entusiasmo, ma poi sono difficili a seguirsi e disastrose nei risultati.”

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XXXV, 32; 1997
[C]onsilia calida et audacia prima specie laeta, tractatu dura, eventu tristia esse.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Con l'abitudine, il lavoro appare più leggero.”

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XXXV, 35; 2006
Consuetudine levior est labor.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL

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“Il bene comune è la grande catena che lega insieme gli uomini nella società.”

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Annibale: XXXVI, 7; 2006
[C]ommunis utilitas, quae societatis maximum vinculum est.
Ab urbe condita, Libro XXXI – Libro XL