“Dobbiamo pensare che quando anche quaggiù uno contempla, soprattutto se in modo intenso, egli certo non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all'oggetto, diventa anzi l'oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materia, lasciandosi plasmare dall'oggetto contemplato. […] Egli conoscerà tale unione non dal di fuori, ma dall'attività stessa, in quanto l'infinità, così compresa, è sempre presente, o meglio, lo accompagna e viene contemplata con un atto di conoscenza non acquisito.”
IV, 4, 2 e 9
Enneadi
Origine: La bellezza, 2014, p. 97.
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