Frasi di Angelo di Costanzo

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Angelo di Costanzo

Data di nascita: 1507
Data di morte: 1591

Angelo di Costanzo è stato uno storico e poeta italiano.


„Venuto l'anno di Cristo MCCXCIV. all'ultimo presero risoluzione di far Papa un povero Eremita, chiamato fra Pietro di Morone, che stava in un picciolo eremitaggio, due miglia lontano da Sulmone, nella laida del monte di Majella, e già era opinione, che per la santità della vita non accetterebbe il Papato: Re Carlo udita l'elezione, andò subito a persuadere che l'accettasse e ad adorarlo, e l'indusse a mandare a chiamar il Collegio de' Cardinali all'Aquila, e fu agevol cosa a persuaderlo, non già per avidità ch'egli avesse di regnare, ma solo per la semplicità ed umiltà sua grandissima.“ p. 157

„Ed accade che Balduino Imperatore di Costantinopoli venne a Bari a tempo ch'egli si trovava in Barletta; andò cortesemente a riceverlo, e l'intertenne in feste e diversi giuochi d'arme, trai quali fu una giostra mantenuta da quattro giostratori i più riputati, i quali furo il Conte di Tricarico, M. Gioffredo di Loffredo, e due Siciliani, M. Tancredi di Vintimigli, e M. Corrado di Spatafore, cavalieri molto stimati; trovò che usciro ventidue avventurieri, i nomi de' quali (per quei che scrive nelli suoi Diurnali Matteo di Giovenazzo) sono questi. Roberto Piscicello, Gottardo Sassone, Atenase Poderico, Galasso Siginolfo, e Stefano Brancazzo Napolitani, Ruggiero Stellato, Matteo della Porta di Salerno, Cataldo e Giacomo Protentini di Taranto, Rienzo di Falconi, Gasparo di Persona, ed Orlando Maramonte Otrantini; Riccardo della Leonessa, Guglielmo d'Evòli, Sarro d'Antignano e Pietro d'Abenavoli di Capua, Simone di Sanguino, Saccone di Monte Agana, Lorenzo Torto, ed Eleuterio di Valignano d'Abruzzo, e Betumeno e Jacet Saraceni.“ p. 20-21


„Piango il mio duro esilio, e la gioconda | Vita passata, e le speranze spente; | E la cagion del mio viver dolente | Chiamo sempre, e non è chi mi risponda.“ da Sonetto XCI

„... se non simiglia immagin pinta, | Imputar non si dee punto a la vera; | Ma solo al mal pittor che l'ha dipinta.“ da Sonetto CIV

„Languia la gran Colonna, e Amor con lei, | Dal cui bel viso mai non si diparte, | Da cruda febbre travagliato, e in parte | Stanco di saettare uomini, e Dei; | Quando dal terzo ciel scesa Colei, | Che in cielo, in terra, e in mare ha tanta parte, | La vide, e tra se disse : or per guai arte | Non so io son Ciprigna, e se costei? | Certo Amor che solca sempre esser meco | Mi dona a diveder che non son'io; | Poiché si strettamente il veggio seco, | Anzi mi par sia più possente Dio | Nella sua faccia, così infermo, e cieco. | Che sano esser non suol nel volto mio.“ Sonetto CXV

„Canzon, oltra le pene ed i tormenti | Ch' avrian d'alta pietate i sassi accesi, | Oltra le notti, e i giorni indarno spesi | Vai perdendo le voci anco e gli accenti, | E non t'accorgi, ahi! poverella e stolta, | Che parli a un sordo cor che non t'ascolta?“ da Canzone I

„Quand'un alma gentil, credo dal cielo | Discesa, ad onorar quel chiaro giorno, | Però che tal nascer non suole in terra, | Vidi tra molte stelle a par d'un sole | Con raggi fiammeggiar, da far in vita | Tornar quanti mai spense avara morte.“ da Sestina

„Ringrazio il ciel, ch'in quest'alme contrade | Drizzò i miei passi, e più ringrazio Amore, | Che mostrò a gli occhi miei tanta beltade.“ da Sonetto CI


„[Vittoria Colonna] Cenere è quel che in lungo incendio ardente | Soave foco in sul mio cor si sparse, | E dell'antiche sue faville, ond'arse | Già fredde or lascia le vestigia e spente. | D'un si lieve principio, ampio e possente | Come crebbe il mio duol qui può mirarse, | Qual ria procella suol dietro lasciarse | Delle rovine sue segno dolente; | Morto lo spirto, che talor vivace | Le sue fiamme sostenne invitto e forte, | Non gusta, o sente il cor dolcezza o doglia; | E se già visse in pene, or nella morte, | Queto giace e tranquillo, e questa spoglia | Lacera e rotta almen riposa in pace.“ Sonetto CXIX

„Innanzi tempo, ahi! caso acerbo e duro, | Quando del suo valor più si godea, | N'ha tolto morte invidiosa e rea, | Per far più che l'abisso il mondo oscuro.“ da Sonetto XVII

„Viver mill'anni e governar la terra | Vil servitù mi sembrerebbe, e morte, | Al par di riscaldarmi a sì bel sole, | Tal ch'io devoto vo' pregando il cielo | Che a gli occhi miei conceda un simil giorno, | Ma tanto ben non spero in questa vita.“ da Sestina

„Lasciando con la patria ogni conforto, | Ove più l'Appennin la neve agghiaccia, | Carco n'andrò di così gravi some, | Chiamando morte, e te sola per nome.“ da Stanze I


„Rota, gentil, che della gloria vera | A sì gran passi il calle erto varcate, | Che per buon spazio addietro vi lasciate | De' spirti bei la più lodata schiera; | Io qui, dove Apennin la fronte altera | Mostra carca di neve a mezza estate, | Di mano uscito a l'empia crudeltate | Di donna assai più ch'orsa atroce e fiera, | Fo con nuovi pensieri aspre battaglie.“ da Sonetto CXIV

„Almen, or che di fredda, ed oscur'ombra | Copre la notte il ciel, piacciati in sonno | Mandarmi a consolar la tua bell'ombra.“ da Sonetto CII

„Ahi! perduti mal graditi affanni, | Guest'è l'ultimo dì dei miei dolci anni.“ da Stanze I

„Questo Pontefice chiamato Celestino V dimostrò quanta differenza sia dalla vita attiva alla contemplativa, perché essendo stato di tanta gran fama, ch'espose i Cardinali a crearlo Papa, si scoverse nell'altra tanto inetto, che i medesimi Cardinali si pentiro di averlo creato, ed egli stesso di avere accettato il Pontificato, e già non mostrava minor volontà di ritornare al suo eremo, che i Cardinali desideravano ch'egli il facesse, del che Re Carlo sentìa dispiacere grandissimo, perché quando fu creato se 'l tenne a grandissima ventura, essendo suo vassallo e di così santa vita, dal quale sperava ottenere quanto volea, e poiché vide che i Cardinali lo scoversero per uomo di poco valore, gli persuase che venìsse in Napoli per mantenerlo col fiato e col favor suo, ma non valse a ritenere la santa intenzione di Celestino, poiché tra pochi dì per ispirazione Divina, per la fiducia del Regno celeste, che gli fece vile il Regno terreno, o fosse, come dice Dante, per viltade, a mezzo Dicembre rinunziò il Papato in man de' Cardinali, e se ne ritornò al suo eremo.“ p. 157-158

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