„Se la fuga da Jàsnaja non fosse maturata tanto a lungo – trent'anni – e non si fosse intrecciata tanto strettamente, fin dall'inizio, con l'immagine della morte, la fine di Tolstòj apparirebbe segnata da una follia non molto diversa dalla follia di sua moglie – divenuta negli ultimi anni la sua nemica più accanita e più istericamente astuta. Scappare così, di notte, con l'aria di farlo un po' per disperazione e un po' per dispetto, cercando col dito sulla carta geografica, durante le soste, il luogo dove andare – la Bessarabia? la Bulgaria? –: ci sarebbe davvero da provare pietà, più che desiderio di comprendere, dinanzi a una morte simile, povero Tolstòj. E invece quella sua fine incute molto rispetto, ed è difficile non vedervi un estremo sforzo di giungere alla «biografia ideale» di cui dicevo, a quella saggezza che fa compiere degnamente la cosa giusta nel momento giusto.“

—  Igor Sibaldi, Introduzione a Lev Tolstoj, p. LXX
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„Nell'amore c'è sempre un po' di follia. Ma nella follia c'è sempre un po' di saggezza.“

—  Friedrich Nietzsche filosofo, poeta, saggista, compositore e filologo tedesco 1844 - 1900
I, Del leggere e scrivere; Quattrocchi

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„La disperazione è follia. La follia, la percezione della impossibilità di vivere: esserci, ma come non esserci. La disperazione come esperienza di follia è incompatibile con la vita. Vede morte, progetta morte e ammazza sé e l'altro. La disperazione è una follia possibile all'uomo, a tutti gli uomini; è anzi una prospettiva dell'uomo, si lega al suo bisogno di stare con l'altro, al fatto che da solo non può vivere, perché la vita umana non è solitudine ma condivisione, appartenenza, attaccamento. L'uccidere è un attimo di disperazione infinito e insanabile, e allora il mondo appare inutile e dannoso e un individuo si percepisce come irriducibile al mondo, come un alieno, come un alienato. Un sentimento umano, possibile, compatibile alla normalità. L'ammazzare si lega alla follia della normalità, a quella capacità dell'uomo che, se entrato in crisi, invece che aiutarlo a vivere lo trasformano in morte e lo spingono ad uccidere e rovinarsi, uccidersi. Diversa è la follia dal punto di vista clinico, ma anche da quello giuridico (l'incapacità di intendere e di volere: un'infermità che è sopravvenuta impedendo alla macchina umana di funzionare). Io vedo la follia come un meccanismo che ricalca quello della disperazione, della sensazione di fine: l'incomprensibilità del mondo, il tirarsene fuori. Stare ancora sul pianeta senza saperlo. Vicino agli altri senza aver bisogno dell'altro. Perdendo persino il ricordo delle parole e del loro significato, rinunciando a comunicare. La schizofrenia ne è un esempio straordinario: essere nel mondo come il mondo finisse e come se l'essere non avesse alcun senso, poiché ogni significato si pone in una relazione. Lo schizofrenico è un'isola, una monade chiusa in una cella dell'esistere, in una prigione del mondo. In isolamento perché così può ancora respirare. La vita che più si avvicina alla morte. Insomma, la follia ha già a che fare con la morte, anche se non nella sua rappresentazione corporea, bensì in quella psicologica, la personalità, e in quella sociale, le relazioni. Vi sono tre morti: quella del corpo, la più emblematica e assoluta, quella psicologica, che permette al corpo di essere ancora attivo e di rivestirsi persino di eleganza, e poi la morte sociale: privati di ogni dimensione, come se fossimo diventati trasparenti e, pur dentro una moltitudine, nessuno ci vedesse. Il folle è un morto che cammina e che respira. Se uccide lo fa senza disperazione, forse per stizza, è un cadavere che uccide. La follia ha già superato la disperazione e per questo vive senza vivere, vive da morta e, se uccide, uccide già morta.“

—  Vittorino Andreoli psichiatra e scrittore italiano 1940
da Il lato oscuro, Rizzoli, 2002

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